martedì 15 dicembre 2020

Dai tetti

A rompere la ruota dei sospiri

di indicibile amore

apristi un oblò

a sparire nel cielo stellato

Chissà che chagall c'insegnò

a camminare tra i tetti

dall'altro lato

come i maghi, come i gatti,

come acrobati o matti.

Parole urlate nel quartiere

da orde di coatti

inarticolate

ci costrinsero a divenire

poeti e cantanti per dire

da queste finestre al cielo

l'impossibile per gli uomini,

Camminando in equilibrio su corde

D'antenne e panni stesi

edificare la città superna

su nuvole di parole 

come scorza di pane

ma dal fragore sconosciuto,

ingoiato a forza per fame

senza masticare o assaporare.

Pace, libertà, fratellanza, 

essere uguali,

provare ad essere poeti,

per tentare d'essere se stessi.

venerdì 11 settembre 2020

Un altro Budda

 

Tra i mille libri apocrifi rifiutati dalle religioni c'è questo brano.

Non potrebbe appartenere a nessuna tradizione religiosa perchè l'unico legame con la spiritualità sono il protagonista e in parte lo stile e la tematica.

Troppo poco per poter avere alcuna credibilità filologica.

Ho ritrovato questo brano in un libro d'antiquariato in un mercatino di Londra.

Mi sono limitato a tradurlo dall'inglese.

L'originale risulta una improbabile riedizione del 1970 dell'editore KarmaBook di un libro del 1786 attribuito a Charles Wilson, ed edito dall'Asiatic society. L'autore o sedicente tale dichiara di aver trascritto, dopo averlo tradotto, un testo sanscrito ritrovato insieme ad altri racconti minori, in una baracca abbandonata in un villaggio non meglio identificato lungo il corso superiore del fiume Gange in una scatola decorata contenuta al centro di una strana costruzione di pietra.

Inciso su un supporto papiraceo e già corrotto in parte, il trascrittore lo ritiene frutto di chissà quale illuminazione ascetica o di eliminazione selettiva da altri corpus letterari, forse perchè ritenuta fuorviante o secondaria.

Non vengono dati altri elementi se non lo stupore di aver ritrovato un documento dal contenuto interessante e la fretta di trascriverlo perchè non fosse perduto.

Troppi livelli e passaggi tra la fonte del testo e la sua trascrizione, chiunque potrebbe aver inventato o modificato questo contenuto.

Lo riporto qui per la curiosità che ha suscitato in me, invitandovi a ritenerlo semplicemente un testo letterario, senza attribuirgli altra rilevanza se non il piacere per l'ascolto d'un racconto e di riflessioni. 

«Siddharta ed un suo precettore medico si fermarono nel loro giardino.

"Non perdere tempo se pensi di aver visto qualcosa.

è come nella caccia nel giardino del re,

è come quando ti insegnai a raccogliere l'erbe della salute per gli uomini.

Se segni il luogo per tornarci domani

l'erba sarà mangiata dalle bestie selvatiche

o la natura, accelerando il suo corso, le farà seccare o cambierà la forma dei posti e dei viventi intorno.

Cogli la vita per te quando si presenta,

impara a conservarla e trasmetterla nel tempo e nello spazio,

che diventi la vita per altri.

Siddharta disse: "Ma a me sembra tutto vita! Vorrei cogliere tutto quello che vedo, sperimentarlo, fino a saziarmi."

Quando eri bimbo ti bastava guardare il mondo intorno,

eppure già ridevi quando si scoprivano gli occhi i mille uomini e donne che ti curavano, assetato di conoscere per vivere più e meglio, espanderti come e con il respiro nell'Essere intorno, fino all'infinito.

Poi ti hanno insegnato le parole e coi suoni hai segnato le cose per farle tornare a vivere, per farle nascere dal nulla,

all'inizio le dicevano gli altri, poi hai imparato tu, nella tua voglia di espanderti,

prima associando quei suoni alle cose, poi,

raccogliendo inconsapevolmente gli indizi su come si compongono."


Arrivarono mentre il saggio parlava, dall'esterno, oltre il muro del giardino le grida di un gruppo di giovani voci che esultava e la musica di una banda. Siddharta sorrise pensando di trovarsi tra loro anche quella sera.


"Dal mondo venivano, vengono e verranno suoni affascinanti, tremendi e seduttivi,

richiami come quelli dei sapori e degli odori,

a volte mascherati come benèfici e invece mortali,

come nella vita nella natura, trappole di altri viventi che desiderano te come preda.

e solo chi ti cura ha potuto difenderti insegnandoti a distinguere,

a capire la natura delle cose e delle parole,

cose e parole buone e cose e parole cattive,

e poi le cose e le parole più pericolose

quelle buone e cattive in base alla misura ed al tempo del loro uso.


Siddharta disse : “Non mi avevi mai detto parole simili...”


Perchè per tutto quello che ti ho detto finora, solo ora sei capace di capire il contenuto

di quello che sto per dirti.

Come hai imparato a girovagare sulla terra per cercare prede per nutrirti

ed erbe per curarti,

come hai imparato che vapori e che aria respirare e come,

come hai imparato a cercare e fuggire alcune cose e alcune idee,

ora un nuovo inizio, una nuova iniziazione allargherà

le nere tende del nulla

intorno al piccolo tuo mondo conosciuto,

affinchè tu arrivi alla fine ai limiti dell'apertura di queste tende,

dove la specie umana intera combatte con la morte che ha fuori e dentro di sè, in varie forme e intensità,

e potrai un giorno anche tu spingere più lontano un lembo di quel buio di morte

e salvare vite reali, future e possibili.

Come le erbe sono le parole.

Alcune di esse sono da cogliere per tenerle ed altre da riconoscere per sapere come comportarti.

Come per le erbe ti insegnerò il mondo infinito che c'è intorno a loro e dentro di loro, e dopo il loro uso,

come unirle insieme, quando usarle.

Il mondo dentro di loro, come sono fatte, il loro succo, la loro apparenza, i fiori, le foglie le radici,

quali si somigliano tra di loro e puoi sostituire, quali si somigliano tra di loro mettendoti in pericolo, perché hanno dentro una sostanza diversa, che può fare male se usata in modo sbagliato, senza consapevolezza.

Nessuna di loro è il male, ognuna per qualche animale, in una certa dose, unita ad altre, presa dalle foglie o dalla radice, trasformata tramite alambicchi, può diventare veleno, medicina, cibo.

Dipende dal tuo sapere che cosa ne sarà.

 

Siddharta chiese: “cos'è e da dove viene questo sapere?”


Il mio sapere di medico erborista mi è stato tramandato da altri medici quando ero apprendista, ed ora che sarai re, tuo padre mi ha chiesto di fornirtelo come strumento per il dominio di te stesso.

Questo pensiero cerca i modi per sciogliere e legare in forme nuove

tutto l'essere, nella materia e nei pensieri.

Nel mondo terreno opera sciogliendo, selezionando, identificando la natura intima

e riassemblandola per creare un legame stabile o temporaneo che abbia un effetto

a sua volta su altri esseri.

Allo stesso modo nel mondo dei pensieri, anche per continuare la vita, per trasformare il mondo, per inseguire senza limiti la possibilità di creare ciò che esiste e sapere ciò che è vero.

Così con le parole, come l'alchimista medico fa coi composti,

tu da mercanti e governatori, dalle maestre, dai ruffiani, imparerai il sapere delle parole,

catturare col suono e con l'evocazione del simile,

sciogliendo suoni e pensieri nelle loro essenze più profonde,

e unendole e trasformandole per imitare il mondo, per darle ad altri come aspettano che siano,

per trasformare le idee, per fingere di essere o per diventare qualcosa,

per conoscere il vero o per creare una nuova verità.


Ma se ti addentrerai in questa città, nel mondo oltre il giardino, senza una guida,

come da bimbo nella selva,

presto mangerai una pianta insalubre

o diverrai preda di belve,

o peggio continuerai a vagare inconsapevole fino alla morte, presto o tardi,

magari fortunosamente tutta la vita in un giaciglio sicuro nella radura circondato da frutta estasiante,

ma senza alcun merito tuo, né progresso per la specie, per la verità ed il cosmo.

Sicuramente questi sapienti che prima di me hanno seguito questi pensieri sono nati poveri, o hanno sofferto nel fisico o nell'anima, a differenza di te,

per avere la necessità di allontanarsi dal loro corpo di bestie e cercare altro, di più.

Ma proprio perché anche tu sei innanzitutto una bestia

prima o poi incontrerai dentro di te o in un altro che ami

qualcosa che ti costringerà a questo cammino,

per separarti dalla catene meccaniche delle trasformazioni del mondo

per non esserne vittima, per il bisogno di capirla,

e non ti basterà più fermarti in un gradino qualsiasi di quella scala

ma vorrai guardarla fino in fondo fino alla vertigine dell'infinito.

Allora seguirai i passi di chi ha cercato prima di te,

gente che è arrivata a benedire le difficoltà

per il percorso che hanno costretto ad iniziare,

di chi ha lasciato un sentiero per illuminare la via degli uomini.

Vedrai che hanno tracciato la via per tutto quello che ti chiedi,

anche per eliminare il dolore, in mille forme.

Non è detto che funzionino tutte le vie, e non per questo quelle vie non hanno un frammento di vero

ma la tua sete ti costringerà ad indagare anche quando la condizione di debolezza che ti ha portato a cercare sarà più leggera.

Per questo, non ti fermare. Se un giorno sentirai l'infinito del tuo essere la cima della tua specie,

se proverai l'essere umano fino al limite, sègnalo dentro te perchè non muoia mai

come un gancio che ti raddrizza la schiena e ti fa camminare leggero nel fango.


Sempre deve essere il tuo operato guidato da questa attenzione per te.

Quando si sono creati i villaggi, quando si sono uniti e mescolati gli uomini si sono condizionati con abitudini automatiche che ne hanno trasformato la natura, alcuni gruppi ne hanno approfittato per creare dominio, come se fosse l'unico possibile e necessario.

La natura e lo spirito invece devono essere custoditi come un fuoco,

come quando non sapevamo come accenderlo

e la cura e l'attenzione fanno un uomo spirituale dall'animale.

Non che l'animale sia inferiore, ma l'attenzione dell'animale è succube del suo ambiente e della sua natura. Per questo con dei trucchi puoi addomesticarlo.

Tu hai qualcosa in più che ti consente di addomesticarti da solo, se lo sai, se lo vuoi.

Dai un addestramento al tuo animale, dagli un compito piacevole, mentre l'uomo che sei, la tua natura seconda, più alta, si libera e può agire cose mirabili.

Se hai incontrato me adesso è il karma che ti parla,

chiamalo caso se vuoi, ma anche se non ci fosse un ordine,

il tempo stesso nella coincidenza che io sia qui e tu sia qui,

è l'ordine di quello che è.

Ora puoi finalmente capire quello che dovevi sapere.

Non andare in giro a sperimentare e provare qualsiasi cosa

nè ad acquisire tutto quello che ti sembra buono senza porti limiti come una cloaca.

Per questo è nato il segno.

Se pensi di raccogliere tutto diventi succube dell'esterno, ti vedrai così, e gli altri ti vedranno così: come un gorgo in cui gettare gli scarichi delle cose, dominato dalla paura di non trovare risorse, o dal caso.

Ed ogni volta che sarai attraversato, costringerai la tua energia a consumarsi per opporsi al flusso delle cose esterne.

Ed ogni volta che sarai attraversato, sarai un po' di più sottomesso alle sostanze ed alle cose, loro entreranno in te e tu diventerai come loro.

Avere cura di te è porre limiti per proteggere la tua stessa energia di vita e di gioventù.

Così come il corpo da bimbo resisteva e quasi provava piacere nell'esperire fino ai limiti tutto quello che esiste, ora il tuo ragionamento sarà quello di mantenere i tuoi limiti alti e al tempo stesso preservare la tua parte più nobile.

Non farlo attraverso la privazione, ma attraverso la consapevolezza che già mille volte il tuo corpo ha provato il sapore di cose, ed il tuo ricordo di quel sapore è sufficiente per tutta la vita. C'è un'altra cosa più importante che riprovare l'ebbrezza del gusto o il sentirsi semplicemente sazio. Quel valore l'hai imparato da altri uomini e da saperi e tecniche che gli uomini per secoli hanno tramandato. Un valore superiore perché dà valore a tutto.

Quel valore è l'uomo.” »

giovedì 14 maggio 2020

In - segnare VS In - formare

Nel dibattito sull'educazione e la formazione, come nella pratica, in molti abbiamo avvertito la necessità di creare, sostenere e rinforzare continuamente il dialogo educativo. Dialogo prevede una interazione ricca e frequente, centrata sulla presenza. Il termine frequentare - usatissimo in ambito formativo, ha in sé proprio l'idea dell'intensità di questa interazione dialogica fondata sulla presenza, il volto e l'attenzione, la prossemica, una serie di segni ricchi, intensi e interattivi. Molti insegnanti imparano, anche per la valutazione della propria azione pedagogica, a interpretare e adoperare la prossemica, il tono della voce, l'eloquio, la postura, i gesti, il volto, la rapidità e sicurezza nell'interazione. In-segnare ed essere in-cisivi hanno dentro l'idea di lasciare segni con una combinazione di mezzi. Spesso gli educatori gestiscono questi segni anche come feedback immediato per calibrare l'azione pedagogica in modalità e contenuti. In- segnare non è in-formare. Nell'insegnamento è previsto uno scarto ed un feedback, una presenza continua, coinvolgente, complessa.
Il dialogo è basato anche sull'interazione libera degli alunni, "la frequenza" dei contatti nel gruppo educativo, tra pari, con gli insegnanti. Questo è uno degli aspetti della centralità delle persone e della persona nel processo formativo, importantissimo per poi passare alla costruzione della comunità educativa e del senso Politico (con la P maiuscola) della comunità cui apparteniamo.
Molta della pedagogia, in particolare la scuola socio-costruzionista, vede connesso fortemente il processo di apprendimento al senso della comunità.
Molti studi hanno rilevato l'importanza della comunicazione emotiva, del gesto, per la costruzione del gruppo classe e per la motivazione all'apprendimento. Lo stesso sistema di codificazione della formazione ha da molti anni ormai acquisito per certo il fondamento dell'investimento in persone, relazioni e risorse umane.
L'immagine, il suono, sono solo simulacri della persona, un frammento della presenza, in cui vengono ridotti nello spazio, nel tempo, nella forma, i mediatori della comunicazione. Il mezzo condiziona e riduce l'interazione e ne limita la possibilità di scarto, di riflessione imprevedibile, di vivacità.
Al livello più alto, la costruzione tramite comunicazione - come messa in comune, come condivisione e scambio - passa dalla visione della scuola come Agorà che prepara alla vita anche tramite il confronto, in dimensione politica e dia-logica.
Le questioni legate inoltre alla privacy e alla proprietà intellettuale dei materiali e dei contenuti diffusi su mezzi e piattaforme apre un capitolo enorme su cui andrebbe fatta ulteriore chiarezza.

venerdì 27 marzo 2020

relitti

Quali segreti confessati,
che tronco relitto
confitto al bordo delle anime
hai conservato al largo
in onde lunghe di greco
mentre la gente ancora
tra i tavolini sul mare
consumava amabile prosecco.
Non portarlo ora
che il cielo è un soffitto
di piombo,
riempi i fondali
di sbagli e sbadigli,
muta le ossa in coralli,
tienili in pegno,
non vogliamo e non potremmo
capire adesso,
cullali e levigali ancora,
falli diventare
fionde di bimbi,
lische di rombo,
lampade metafisiche di legno,
appigli salutari ai naufraghi,
lisce panchine agli
eremiti estivi.
Portacele sulla rena dei sogni
In piscine naturali di sabbia
nella piena luce
che può dissolvere,
nell'aria rarefatta di luglio,
riversi in un'acqua di perla.

lunedì 9 marzo 2020

immunitas/ communitas

Il virus ci pone di fronte alla dialettica tra l'immune ed il comune. Nessuno si senta immune dice il sistema sanitario. Nessuno si senta escluso.
Le parole immunis e communis derivano dal munus, lo scambio, il dono, la reciprocità.
Municipio è il luogo che raccoglie il dono messo in condivisione. Immunis è la sua negazione, è ciò che si situa fuori dal contatto e dello scambio, Communis è ciò che sta all'interno di questi scambio.
La comunità è nata così prima di diventare Stato. Poi ha formato autorità centrali religiose e di potere.
Gran parte dei meccanismi sociali etologici sono interpretabili come finalizzati alla gestione delle relazioni tra individui della stessa specie e tra specie che vivono in ambienti comuni, soprattutto tra i mammiferi.
Le emozioni provengono da un meccanismo adattivo evolutivo dei mammiferi che hanno addirittura organizzato fisiologicamente degli script psicofisici di interazione interno-esterno.
L'antropologia ha approfondito i nessi tra queste forze e le diverse culture, e ne troviamo eco nelle riflessioni sulla Biopolitica da Foucault in poi.
Ci sono dinamiche di risposta e comportamenti automatizzati, script, con radici più profonde dell'educazione e della psicologia individuale.
In maniera evolutiva, specie e culture hanno modificato adattivamente la percezione del ruolo e del senso dell'individuo rispetto ai gruppi di livello superiore cui appartiene.
In alcune specie, come le api, il concetto di individuo rispetto all'entità collettiva dell'alveare in pratica non esiste.
Per questo di fronte a cambiamenti così repentini bisogna ricorrere ad analisi più profonde del livello politico, che vadano a riflettere e considerare tempi più lunghi, tempi storici, tempi bio-evolutivi.
La cultura di massa attuale ha spesso cercato o pensato di comprimere tutto in un presente stabile ed eterno, dominato da individualismo, alienazione, reificazione degli esseri viventi spesso attraverso parametri economici, teorizzando addirittura la fine della storia.
Laddove anche le esperienze e le conoscenze, le emozioni e la cura sono diventate merce, anch'esse hanno assunto un valore relativo, si sono alienate, sono diventate oggetti scambiabili ed hanno perso lo statuto di riferimenti "sacri" nel senso di intoccabili.
Il rovescio è che la vita coi suoi valori e i suoi particolari è diventata banale e futile, incomunicabile. Sempre meno persone riescono ad  apprezzare fino in fondo, in modo universale, le motivazioni, le azioni, il senso di una vita, se non l'individuo stesso che le esperisce o un gruppo di pochi appartenenti a gruppi. In questa inflazione s'è smarrita l'universalità della specie, e più in largo dei viventi; più in piccolo, il senso della comunità.
Difficilissimo comunicare con profondità il valore di interessi molto complessi come l'arte, la solidarietà, l'impegno socale, laddove tutto sembrava fatto non di persone e relazioni, ma dalla superficie di oggetti manipolati e manipolabili.
La stessa parola interesse, nata come idea di una essenza condivisa è stata sussunta nella lingua economica nel suo ristretto e bieco valore di scambio.
In questo contesto gli uomini, di fronte ad una impossibilità di scambiare il valore, non riescono nè a raccontarsi collettivamente nè a riconoscere il vero o ad acquisire consapevolezze.
Per questo nella quarantena una massa di giovani continuano ad uscire e a non rispettare i divieti.
Anche le verità più solide sembrano pronte ad essere dissolte da punti di vista ristretti, da una diffidenza universale, da brevi confronti con esperienze e tempi nuovi.
Anche verità profondissime devono continuamente essere confermate per non andare dimenticate.
Il vero degli uomini non è più la risultante di una opinione pubblica, degli infiniti punti di vista degli umani intorno e la loro intimazione al contempo individuale e collettiva.
E' forse necessaria una rinuncia alla proprietà delle conoscenze per condividerle tutte e dare un senso alla continuità della vita psichica della comunità. Così si crea valore, dando senso, allargando il punto di vista condiviso sul mondo. Ma questo va accompagnato da una operazione di garanzia collettiva e sempre rinnovata non in senso coercitivo ma in modo operativo.

Per questo molti sentono la situazione attuale prossima ad una sorta di ritorno del medioevo.
Ne il medioevo prossimo venturo  Beppe Vacca portava avanti le riflessioni del club di Roma sui limiti dello sviluppo e iniziava la riflessione proprio definendo il medioevo.
Identificava una delle caratteristiche fondanti di quel periodo nella dissoluzione di grandi istituzioni comunitarie contenute nell'Impero Romano.
La questione del virus ripropone in altra forma l'inevitabilità della communitas nelle società di massa contemporanee.
Ai tempi dei Seminari del Prof. De Feo, assistetti ad una presentazione di R. Esposito su Communitas. Origine e destino della comunità   in cui si sosteneva che la comunità è molto più forte e profonda di una dimensione ed un diritto individuale.
L'analisi di Esposito arrivava a descrivere la communitas come un'entità molto più consistente della somma degli individui.
L'età moderna con la nascita delle Nazioni ha cancellato nella forma dello Stato la sovrapposizione di poteri di gruppi differenti che si erano creati nel Medioevo tendendo a uniformare così popoli, culture, giurisdizioni, amministrazioni, su territori di dimensioni "discrete". Uno storico come Braudel vede la nascita del capitalismo in questa protezione legale dei monopoli da parte dello Stato.
Nell'età contemporanea invece l'aumento demografico e della densità, le questioni sociali e produttive hanno creato una conflittualità tra dimensione economica e organizzazioni statali. Lo notiamo per esempio rispetto al capitalismo finanziario   come sostiene de Maillard ne " Il_mercato_fa_la_sua_legge". 

Dal secondo dopoguerra lo sviluppo economico si è caratterizzato spesso proprio in forme antitetiche alle forme di organizzazione statale (deregulation, multinazionali, evasione fiscale, Mafie, finanziarizzazione, etc. )
La questione della salute, dell'imprevedibilità delle malattie e dell'organizzazione della comunità rimette in discussione l'equilibrio tra communis ed immunis che il liberismo aveva spostato sulla pretesa dei diritti individuali.
Tocca ora alla categoria della politica rispondere.

giovedì 5 marzo 2020

digitale celeste


Mi colpì un negozio di San Pasquale.
Era in una delle traverse di via Petroni, anticipato da un rumoroso ed anonimo circolo della birra e seguito dopo qualche isolato da un cinese.
Altri sottani, seppure chiusi da saracinesche, sembravano abitati. Stendipanni e zerbini, motorini e sedie di plastica, clamorosamente sparsi sul marciapiede, testimoniavano presenze ora non visibili.
Forse dietro le persiane inclinate qualche sguardo di pensionata si godeva il film della vita di strada, pronto comunque a registrare o intervenire nell'eventualità .
Questo sottano era invece una specie di rigattiere d’elettronica moderno: schede perforate, computer Olivetti e Vic 20, floppy di formati sconosciuti, diodi e valvole in vetro.
Un negozio spartano, fatto con una logica di disposizioni successive, con oggetti in primo, secondo e terzo piano sugli scaffali allineati. Ordini così stratificati da sembrare un disordine organizzato. Mi persi in ricordi adolescenziali, al 1986, quando tornavo presto da scuola per giocare non in sala giochi, ma al televisore, con un Commodore 64.
Dovevo caricare i giochi da un registratore, posizionandomi col contagiri sul punto d’inizio del nastro magnetico. Operazione difficile da effettuare frizionando tra play e stop.
Un angolo attirò la mia attenzione: c’era una colonnina dall’aspetto più nuovo, azzurra, che pubblicizzava…
Era scritto così:… Digitale celeste. Mi parve un errore. M’avvicinai e lessi meglio: era proprio digitale celeste. Gratis il lettore sperimentale. Un cartello prometteva e minacciava:“Passa al digitale celeste; occasione imperdibile, scade il 31 luglio, affrettati”.
Il prezzo era 5 Euro poi cancellato e sostituito da OMAGGIO.
La guardai meglio: era una pianta! Pensai ad uno scherzo.
Mi avvicinai: era una sorta di rampicante estremamente simmetrica, con foglie lucide di un verdone metallizzato a forma di parabola e piccoli fiori sparsi di colore celeste.
M’avvicinai al commesso nascosto dietro un bancone, in una nicchia, circondato da infiniti oggetti appesi, come un santo sincretico messicano.
Aveva un lungo pizzetto nero appuntito e occhiali in osso. Gli chiesi dove fosse il trucco.
Rise.
- Non c’è trucco.
abbassò il tono di voce.
- Se vuoi, vedila così: è il rilancio d’una azienda in brutte acque che cerca di recuperare terreno.
Mi aspettavo una parlantina più intensa, anche perché ero il solo nel negozio.
Eppure il fatto che non tentasse di convincermi mi convinceva.
Chiesi notizie sull’installazione.
-  Nessuna – Rispose il giovane, con un occhio di colore diverso dall’altro
-  Basta portarlo in casa e si connette per via eterea alla TV.
-  Vorrà dire via etere? – Lo corressi.
-  Si, si… Se preferisce… - rispose con un sorriso sghembo, da cui si vedevano strani canini appuntiti.
-  Provare non costa nulla…
-  Ma devo firmare contratti?- Temevo la clausola vessatoria e il calvario dei call center…
Il ragazzo mise il vaso tra le mie mani:
-  Questa è l’unica condizione: che se lo porti.
L’oggetto rimase tra le nostre mani, sospeso, per qualche secondo.
Non mi fidavo. “L’omaggio” già da troppo tempo nascondeva qualcosa in questa città, “rose gratis…” e poi tornano per chiedere un’offerta, “telefoni gratis per sempre” e poi il canone aumenta ogni sei mesi…”Lei ha vinto” e poi per avere il regalo devi firmare un contratto per tre anni.
Il ragazzo, dai capelli ricci color cenere disse:
- Lo provi. Se non va me lo riporta fra dieci giorni, senza impegno.
Mi lasciò un biglietto da visita: GENERAL INTELLECT, la luna come logo e sotto il recapito.
Appena in metropolitana capii d’aver sbagliato, tutto troppo facile… e poi che senso aveva 'sta pianta… senza farmi spiegare come funziona…
Poi guardando i giornali gratuiti sparsi mi tranquillizzai… la città era piena di cose buttate e inutili. Sarebbe stata semplicemente l’ennesima nell’oceano dello spreco. Uscito dal tunnel alzai lo sguardo verso il cielo: infinite parabole ed antenne davano forma all’orizzonte. Talvolta, per spezzare, un cartellone pubblicitario.
Arrivai a casa e lo installai. Si installò, per la precisione.
Poggiato sul balcone dietro la tv accesa si impossessò del monitor.
Iniziò la schermata di rumore bianco, come quando si staccava il cavo e la tv si riempiva di fruscio e di una interferenza di moschine nere su sfondo bianco. Poi partì una presentazione.
Una luna campeggiava a pieno schermo, poi una zoomata all’indietro la rimpiccioliva e la sfocava come una pupilla bianca nel cielo nero. Una voce fuori campo:
- Il digitale celeste, il mondo a portata di sguardo.
Premetti il tasto uno del telecomando. CanalVerde. Un documentario.
-  Un tempo la frutta ed il cibo seguivano il ritmo delle stagioni. Oggi , se guardiamo un qualsiasi frigorifero…
La luce del frigo che si schiudeva mi sembrò familiare, anche la posizione dei cibi…
-  Gamberetti, fragole ed asparagi in inverno sono il risultato di consumi d’energia per produzione e trasporto che costano alla terra intera…
Corsi ad aprire il frigo, come per intuizione… c’era la mia spesa di ieri, gli sfizi da single: gamberetti, fragole, asparagi.
Comparai quella visione allo schermo: identica.
M’infastidii di quella accusa ben poco velata e cambiai canale.
CanalRosso: una voce femminile fuori campo
- La partecipazione è la radice dei diritti collettivi che vengono erosi dal disinteresse; mentre gli affari dei poteri forti…
Nelle immagini un terreno erboso diveniva gradualmente un palazzo…
- Le politiche per la casa e gli affitti nell’ultimo anno… - Anche quell’immagine…
M’alzai di scatto e scostai la tendina: il palazzo di fronte campeggiava identico al monitor, con la stessa inquadratura che gli infissi della finestra gli davano…
Cambiai canale bestemmiando: mi avevano rifilato una serie di TV locali da documentario, o cosa? Ultima chance, CanalBianco. C’era un film in bianco e nero: il “Dottor Stranamore”. A seguire nella guida: “Le vite degli altri”
-       Ufff!.
Diedi una lettura alle norme di installazione per trovare maggiori notizie. Tutto vaghissimo, l’unica cosa di particolare era che consigliava di mettere la pianta all’esterno, su balconi o in giardino, senza cavo, senza alcun collegamento… Senza collegamento!
Spostai la pianta sul bordo del balcone, spensi ed andai a dormire.
Il giorno dopo, lo stesso. Televerde parlava di raccolta differenziata. Telerosso dell’erosione degli stipendi. Televerde parlava dell’artigiano che riparava le scarpe: un paio in pelle appena scollate. Ovviamente identiche a quelle che da mesi avevo da parte nella scarpiera perché dovevo buttare. L’artigiano poi somigliava al vecchietto del negozio all’angolo. Telebianco il film “Tutti a casa”…
I canali della tv normale non funzionavano più. Dopo tre giorni decisi d’aprire il vaso ricevitore e capire come funzionasse. Era un blocco unico di metallo da cui fuoriusciva la rampicante coi fiori celesti.
Nel frattempo la rampicante era estesa su tutto il mio terrazzino e si stava spostando alla ringhiera del balcone vicino.
Con un seghetto aprii lateralmente il vaso e guardai: perfettamente normale, terreno qualsiasi. Sbriciolai il terreno tra le mani: radici, normalissime radici. Mi sentii confuso, umiliato. Decisi di riportarlo indietro.
Quando mi vide entrare, il commesso preparò un’espressione accogliente, ma io lo anticipai:
– Riprendetevelo. Se avevo bisogno di tv locali mi tenevo la vecchia tv.
- Non è così – disse – il filtro celeste è uno strumento particolare... Non ha notato? Mostra gli intrecci della nostra cultura e spiritualità, di fisico e metafisico, ciò che non vedreste senza la voglia di interessarvi agli altri…, la coscienza…
-  Per piacere!!!- lo interruppi urlando - Se lo riprenda – E gli diedi il vaso riparato con il nastro adesivo.
Lui lo guardò: - Ha cercato d’aprirlo ... L’ha rotto.
-  Senta quanto le devo? Non lo so se l’ho rotto io. Comunque ha detto che è gratis e mio. Se non lo vuole lo butto.
-  No… è una questione di rispetto per il mio lavoro…
-  Uffa! Senta allora facciamo così, mi compro un’altra cosa: mi compro questo vecchio walkman per CD, va bene? Quant’è?
-       Tredici - rispose mesto.
Tornai a casa con quell’oggetto tra le mani, come se fosse un ciondolo. Lo buttai nel ripostiglio lanciandolo.
Poi mi buttai sul divano e riaccesi la TV per controllare che fosse tornato tutto come prima. Diedi una scorsa ai canali. Niente di che. Reality. Cuochi. Poi un riflesso con la coda dell’occhio attirò il mio sguardo. Sul balcone di fronte, tra i geranei, una fogliolina verdone metallizzata…

lunedì 24 febbraio 2020

Attenzione e malattia

Scrivo questo post perchè vedo una difficoltà a parlare della situazione legata al Coronavirus. Capisco la prudenza dettata dall'attesa delle notizie e necessaria ad avere opinioni affidabili, ma notizie già ne abbiamo. Mi sembra anche giusta questa cautela iniziale. Potremmo fare una ricerca sulla mortalità del virus in questi mesi e compararlo con altre malattie. Il problema è la possibilità ed il timore nelle piazze virtuali di essere paragonati a Cassandra. In "La realtà della realtà" Paul Watzlawick cita il caso di una ditta di riparazione di vetri delle auto che invita tutti gli automobilisti a controllare la presenza di crepe sul proprio parabrezza e così ottiene uno straordinario incremento delle vendite. Sul breve l'informazione ammantata di paura fa vedere tutto deformato. Già da anni con la Sars e l'abuso di antibiotici si discuteva di scenari di epidemie. Basta mettere sotto i riflettori una realtà già esistente e i feedback di emozioni e informazione  possono generare grandi effetti sull'agenda setting e sulle priorità della pubblica opinione. Però a lungo termine il fenomeno dovrebbe essere analizzato con più razionalità.
Ad esempio dovremmo sottolineare che senza la presenza dello Stato e del sistema sanitario pubblico saremmo allo sbando, che una epidemia, piccola o grande che sia, rende sempre più necessaria una condivisione comunitaria di informazioni e risorse, di come l'economia di mercato sia fragile di fronte a fenomeni tutto sommato naturali e non in grado di garantire i diritti di tutti gli esseri umani.
Forse dovremmo imparare di più sui mass media.

Potremmo vedere anche il sistema della medicalizzazione e della cura mondiale come una metafora dei sistemi sicuritari. Come d'altronde la fantascienza ci ha già mostrato. D'altronde "sicurezza" deriva proprio dalla negazione della "cura" che in Latino voleva significare anche ansia o preoccupazione. Non è un caso che grandi organizzazioni politiche si sono richiamate alla salute pubblica, o alla salute comune. è proprio per questo che di fronte alla paura non dovremmo paralizzarci e tacere ma interpretare e proporre nell'emergenza una lettura degli avvenimenti e dell'organizzazione che abbia una visione di come i rapporti tra gli uomini debbano essere gestiti per garantire salute ed equità.
L'arte ha dei tempi più lunghi e funge da deposito esperienziale con una saggezza più profonda dell'informazione.
La malattia è stata descritta in tantissime opere artistiche, addirittura diventando Topos in alcune correnti letterarie, come la tisi nel tardo romanticismo e nel decadentismo. Ha mosso la creatività di infiniti autori: Thomas Mann, Goethe , Gozzano, Moravia, Frida Kahlo; è stata l'ambientazione fondamentale di numerosi romanzi e racconti: Violetta de La traviata o, per restare nella lirica, Mimì de La Bohème erano colpite dalla tisi; il Decameron di Boccaccio, Cecità di Saramago, I Promessi Sposi, L'amore ai tempi del colera, "Doppio sogno" di Schnitzler, Teresa Batista stanca di guerra, Eyes Wide Shut, etc.
I nostri tempi di memoria corta dovrebbero imparare da quei manuali di antropologia che sono le opere d'arte per ritrovare un certo equilibrio di fronte alla presenza della malattia. Essa per assurdo ci mostra la vita come più umile e preziosa e ci chiede quindi un atteggiamento più attento e rispettoso verso la natura, anche quella dentro di noi, aperto agli altri e più disposto a creare e vivere in collaborazione con altri per essere disposti a passare il testimone del senso della vita e della vitalità. Ridimensionarsi nel proprio senso individuale e tornare ad un senso comunitario di specie più tendente all'universalismo.

domenica 16 febbraio 2020

morte a poggiofranco


Come un incubo uscii dal dormiveglia estivo, in cui qualunque cosa può succedere restando nel sonno e senza conseguenze. Rimasi nell’attesa sospesa infinitamente dell’incertezza…

Ho ascoltato il grido dell’agnello sgozzato sul marciapiede, nella corte immensa dei condomini di
Poggiofranco, cubo di cemento squadrato a raccogliere il cielo in quattro righe.
Nella sonnolenta pomeridiana arsura dello scirocco, in un paesaggio metafisico di salici e tralicci, un grido ghiacciato mi percorse l’orecchio e la schiena.
Era la canna spezzata della gola, il diaframma che si rompeva mentre tirava il suono fuori, l’istante brevissimo in cui il corpo capiva che con il fiato usciva anche la vita; e allora con il fiato uscì anche la vita. Vibrando come per scalciare qualcosa, debole, oramai, che trattenesse, la vita usciva tutta e potente, rombando e tremando come nella gola del capretto.

Poi, come una cascata, come una valanga, uno chiama due che chiama quattro, allora otto,sedici, li vidi: la folla riempì la sala giochi.
Un vociare come di sciame, curiosità e fuga, a tempo, come una quadriglia, come un’onda, andava e tornava la risacca dell’orrore.
Come mosche sulle feci, vespe, entravano a rotolarsi con gli occhi nella morte banale della controra, prima che arrivasse lo Stato a coprire, a capire, ad indicare l'osceno e l'illegale.
Niente lacrime, facce pallide di chi aveva veduto il sangue, chi aveva seguito col sorrisetto cinico l’amico per vedere, guardare, come fosse sfida metterci il naso, ed invece adesso ci rimetteva lo stomaco.
S’andavano a vaccinare della morte prima che venisse coperta, e la morte gli si donava avidamente, come una dea indiana, come un genio, in loro si radicava dal vedere.
Quel sangue e quella faccia immobile improvvisamente rivelavano la natura dell’amarena liquida per terra. Sangue, e il sangue suo correva a guardare, a cercare, e tutto in testa gli veniva; al sangue il sangue e freddo col freddo si chiamavano; allora il corpo bloccava la pancia in uno spasmo, gli tracciava un nodo, con uno scatto usciva, mentre l’occhio aveva il tempo di collegare le piastrelle gelide smaltate alla macelleria ed al lavabo del dentista, e al sangue e al freddo si mischiava la ferita aperta, ed il dolore. Allora il brivido gli raddizzava la schiena con una scossa, gli vomitava l’arroganza del suo guardare.
Al balcone quel gelo arrivava ora, in un silenzio assurdo nella folla, le sirene in lontananza distorcevano lo spazio e quella piazzetta, liquefatta in campi di rovente calore e squadrata di gelida precisione, come un gelato fritto cinese o quelli caduti dalle mani d’un bambino spalmati oscenamente a terra al sole, d'estate, alla festa patronale.
A me era vertigine, l’ultimo urlo del morto ammazzato avevo sentito e adesso ricordo, minore, quasi un petardo lo scoppio del proiettile. Ricordavo solo adesso, come fosse ovvio averlo sentito.
Adesso pensavo a provare, cosa si provava, pensavo, quando entrava, come in moviola, il freddo ferro nella carne, la velocità con cui le ossa o tutta la carne venivano attraversate e spezzate da quel misero pezzo di ferro. Tanto. La falangina del mignolo, la sezione di un tassello. Perché non si poteva fermare con la mano, e lui aveva provato, disperato, come se gli lanciassero una biglia.
La velocità violenta che abbatteva tutto, in un piccolo punto, l’infamia dell’esplosione della pistola, chissà se dava tempo, se l’elettricità del dolore riusciva ad avvisare in qualche modo la centralina, se l’ultimo istante, quel grido rotto come i raggi in una ruota di bici era stato, nel limite di delta t che tende a zero, dolore.
A vederla l’aveva vista; l’immagine l’immaginava, ma quel suono... fatto così bene… era vero… e la gente adesso era vera, ma quel che non riusciva a comprendere era da dentro, che cosa si provava davvero, quando entra come un morso una punta nella carne, quella iniezione senza fine, questo l’ossessionava ora, doveva andare a vedere o doveva scappare, con la moto, lontano.