lunedì 29 dicembre 2014
il rumore
spaventato dal rumore intorno come un cane a capodanno.
si rintanava talvolta in quel giardino stretto tra muri di tufo.
il rumore più grande era dentro.
era l'intrico di strade intraprese e abbandonate, affascinato dai fiori nei campi.
era il ricordo delle strade non prese e lastricate di fantasie meravigliose, che conducevano a fantastiche città e veroni gremiti di fanciulle sognanti.
il rumore di mille trilli e squilli, come una giungla di richiami che aveva in tasca, fatta degli infiniti mezzi di contatto che lo distraevano e gli proponevano banalità continue, sussurri, faccine, provocazioni, riflessioni, citazioni, poesie, foto di mari e tramonti, città, facce, persone, cibi, gattini.
L'inflazione delle sue emozioni. Mille sogni fluttuanti e leggeri, senza radici come le lenticchiette che aveva piantato alle medie nell'ovatta e che non avevano mai fatto foglie nè frutti.
gli amori degli antichi nascevano su scelte ristrette in un solo paese e se lo facevano bastare per una vita. la povertà angusta di investire su poche chance. Nascevano su piccole invidie di un villaggio che proprio per il basso numero erano potentissime. Duravano. una corte di cognati, amici, parenti rigidamente separati per interessi creavano comunità maschili e femminili parallele, ciascuna coi propri rituali ordinati che solo a volte si incrociavano per rituali più grandi comuni. questo fiume proteggeva e incanalava, in lunghi corsi tranquilli come di fiumi di pianura.
martedì 9 dicembre 2014
Alcuni credono che arte, avanguardia e sperimentare, siano la pura voglia di dire, agitarsi in cerca di qualcosa senza tener conto del passato o dell'intorno.
Avanguardia vuol dire che c'è una posizione davanti a ciò che è il movimento artistico, alla testa del quale si pone l'artista che cerca una nuova via. Innanzitutto questo artista deve guardare bene chè la direzione dell'arte che lui pensa sia quella giusta, perchè rischia invece di trovarsi a parare il sedere dell'arte o esserne trascinato o scapparne via senza rendersene conto.
O deve anche badare che la nuova via non torni indietro in strade già percorse o che sia la strada di una involuzione del linguaggio o lo faccia asservire a poteri autoritari. Per questo deve possedere una buona consapevolezza di chi, cosa e dove è. Oppure dovrebbe imparare solo a parlare di produzione e di pubblico ed inventarsi un pubblico che riconosca e gusti quello che lui fa senza parlare di arte. Ed in tal caso astenersi dal criticare gli altri senza un fondamento estetico per sè.
Perchè se fai avanguardia devi essere pronto a lunghe discussioni estetiche in cui spieghi le scelte che fai, non puoi semplicemente rigettare la storia della tecnica in funzione del tuo gusto.
Altrimenti il dubbio è che tu sia solo il risultato della abilità promozionale dei sacerdoti del gusto commerciale nella nicchia delle avanguardie.
O deve anche badare che la nuova via non torni indietro in strade già percorse o che sia la strada di una involuzione del linguaggio o lo faccia asservire a poteri autoritari. Per questo deve possedere una buona consapevolezza di chi, cosa e dove è. Oppure dovrebbe imparare solo a parlare di produzione e di pubblico ed inventarsi un pubblico che riconosca e gusti quello che lui fa senza parlare di arte. Ed in tal caso astenersi dal criticare gli altri senza un fondamento estetico per sè.
Perchè se fai avanguardia devi essere pronto a lunghe discussioni estetiche in cui spieghi le scelte che fai, non puoi semplicemente rigettare la storia della tecnica in funzione del tuo gusto.
Altrimenti il dubbio è che tu sia solo il risultato della abilità promozionale dei sacerdoti del gusto commerciale nella nicchia delle avanguardie.
lunedì 13 ottobre 2014
morte a poggiofranco
Fui svegliato nella sonnolenta pomeridiana arsura dello scirocco in un paesaggio metafisico di salici e tralicci. Era nella corte immensa dei condomini di Poggiofranco, tubo squadrato a raccogliere il cielo in quattro righe.
Come un incubo uscii dal dormiveglia estivo, in cui qualunque cosa può succedere restando nel sonno e senza conseguenze. Rimasi nell’attesa sospesa infinita dell’incertezza… Mi affacciai a cercare la causa di quel rumore o cosa che m'avesse destato. Poi, come una cascata, come una valanga, uno chiama due, che chiama quattro, allora otto, sedici, li vidi: la folla riempì la sala giochi.
Un vociare come di sciame, curiosità e fuga, a tempo, come una quadriglia, come un’onda. Andava e tornava la risacca dell’orrore. Come mosche sulle feci, vespe, entravano a rotolarsi con gli occhi nella morte banale della controra, niente lacrime, facce pallide di chi aveva veduto il sangue, chi aveva seguito col sorrisetto cinico l’amico per vedere, guardare, come fosse sfida metterci il naso.
Ed invece adesso ci rimetteva lo stomaco. S’andavano a vaccinare della morte prima che venisse coperta e la morte gli si donava avidamente, in loro si radicava dal vedere. Il sangue e la faccia immobile improvvisamente gli rivelavano la natura dell’amarena liquida per terra…Sangue... E il sangue suo correva a guardare, a cercare, e tutto in testa gli veniva.
Al sangue il sangue e freddo col freddo si chiamavano. Allora il corpo bloccava la pancia in uno spasmo, gli tracciava un nodo. Con uno scatto usciva mentre l’occhio aveva il tempo di collegare le piastrelle gelide smaltate alla macelleria ed al lavabo del dentista. E al sangue e al freddo si mischiava la ferita aperta ed il dolore. Allora il brivido gli raddrizzava la schiena con una scossa, gli vomitava l’arroganza del suo guardare. Al balcone quel gelo arrivava ora, in un silenzio assurdo nella folla. Le sirene in lontananza distorcevano lo spazio e quella piazzetta, liquefatta in campi di rovente calore e squadrata di gelida precisione, come un gelato fritto cinese o quelli caduti dalle mani d’un bambino, spalmati oscenamente a terra al sole.
Ora ricordo il grido ghiacciato che m’ha svegliato, che percorse l’orecchio e la schiena.
Ho ascoltato il grido dell’agnello sgozzato al marciapiede. Era la canna spezzata della gola, il diaframma che si rompeva mentre tirava il suono fuori, l’istante brevissimo in cui il corpo capiva che con il fiato usciva anche la vita. E allora con il fiato uscì anche la vita. Vibrando come per scalciare qualcosa, debole oramai, che trattenesse, la vita usciva tutta e potente rombando e tremando come nella gola del capretto. A me era vertigine. L’ultimo urlo del morto ammazzato avevo sentito e adesso ricordo, minore, quasi un petardo lo scoppio del proiettile. Ricordavo solo adesso, come fosse ovvio averlo sentito.
Adesso pensavo a provare cosa si provava -pensavo - quando entrava, come in moviola, il freddo ferro nella carne, la velocità con cui le ossa o tutta la carne venivano attraversate e spezzate da quel misero pezzo di ferro. Tanto. La falangina del mignolo, la sezione di un Fisher. Perché non si poteva fermare con la mano ma lui aveva provato, disperato, come se gli lanciassero una biglia.
La velocità violenta che abbatteva tutto in un piccolo punto. L’infamia dell’esplosione della pistola, chissà se dava tempo: se l’elettricità del dolore riusciva ad avvisare in qualche modo la centralina; se l’ultimo istante, quel grido rotto come i raggi in una ruota di bici, era stato, nel limite di delta t che tende a zero, dolore.
A vederla l’aveva vista; l’immagine l’immaginava, ma quel suono, fatto così bene… era vero… e la gente adesso era vera. Ma quel che non riusciva a comprendere era da dentro… che cosa si provava davvero, quando entra come un morso una punta nella carne, una iniezione senza fine. Questo l’ossessionava ora: doveva andare a vedere o doveva scappare, con la moto, lontano. Scese le scale ghiacciate di marmo chiaro correndo.
martedì 23 settembre 2014
Digitale Celeste
Mi colpì uno dei negozi di San Pasquale.
Era in una delle traverse di via Petroni, anticipato da un rumoroso ed anonimo circolo della birra e seguito dopo qualche isolato da un cinese.
Altri sottani, seppure chiusi da saracinesche, sembravano abitati. Stendipanni e zerbini, motorini e sedie di plastica, clamorosamente sparsi sul marciapiede, testimoniavano presenze ora non visibili.
Questo sottano era invece una specie di rigattiere d’elettronica moderno: schede perforate, computer Olivetti e Vic 20, floppy di formati sconosciuti, diodi e valvole in vetro.
Un negozio spartano, fatto con una logica di disposizioni successive, con oggetti in primo, secondo e terzo piano sugli scaffali allineati. Ordini così stratificati da sembrare un disordine organizzato. Mi persi in ricordi adolescenziali, al 1986, quando tornavo presto da scuola per giocare non in sala giochi, ma al televisore, con un Commodore 64.
Dovevo caricare i giochi da un registratore, posizionandomi col contagiri sul punto d’inizio del nastro magnetico. Operazione difficile da effettuare frizionando tra play e stop.
Un angolo attirò la mia attenzione: c’era una colonnina dall’aspetto più nuovo, azzurra, che pubblicizzava…
Era scritto così:… Digitale celeste. Mi parve un errore. M’avvicinai e lessi meglio: era proprio digitale celeste. Gratis il lettore sperimentale. Un cartello prometteva e minacciava:“Passa al digitale celeste; occasione imperdibile, scade il 31 luglio, affrettati”.
Il prezzo era 5 Euro poi cancellato e sostituito da OMAGGIO.
Era una pianta! Pensai ad uno scherzo.
Mi avvicinai: era una sorta di rampicante estremamente simmetrica, con foglie lucide di un verdone metallizzato a forma di parabola e piccoli fiori sparsi di colore celeste.
M’avvicinai al commesso nascosto dietro un bancone, in una nicchia, circondato da infiniti oggetti appesi, come un santo messicano.
Aveva un lungo pizzetto nero e occhiali in osso. Gli chiesi dove fosse il trucco.
Rise
" Non c’è trucco "
abbassò il tono di voce.
" Se vuoi, vedila così: è il rilancio d’una azienda in brutte acque che cerca di recuperare terreno."
Mi aspettavo una parlantina più intensa, anche perchè ero il solo nel negozio.
Eppure il fatto che non tentasse di convincermi mi convinceva.
Chiesi notizie sull’installazione.
" Nessuna " Rispose il giovane, con un occhio di colore diverso dall’altro
" Basta portarlo in casa e si connette per via eterea alla TV. "
" Vorrà dire via etere? " Lo corressi.
" Si, si…Se preferisce… " rispose con un sorriso sghembo, da cui si vedevano strani canini appuntiti.
" Provare non costa nulla…"
" Ma devo firmare contratti?" Temevo la clausola vessatoria e il calvario dei call center…
Il ragazzo mise il vaso tra le mie mani:
" Questa è l’unica condizione: che se lo porti."
L’oggetto rimase tra le nostre mani, sospeso, per qualche secondo.
Non mi fidavo. “L’omaggio” da tempo nascondeva qualcosa in questa città, “rose gratis…” e poi tornano per chiedere un’offerta, “telefoni gratis per sempre” e poi il canone aumenta ogni sei mesi…”Lei ha vinto” e poi per avere il regalo devi firmare un contratto per tre anni.
Il ragazzo, dai capelli ricci color cenere disse:
" Lo provi. Se non va me lo riporta fra dieci giorni, senza impegno. "
Mi lasciò un biglietto da visita: GENERAL INTELLECT, la luna come logo e sotto il recapito.
Appena in metropolitana capii d’aver sbagliato, tutto troppo facile… e poi che senso aveva sta pianta… senza farmi spiegare come funziona…
Poi guardando i giornali gratuiti sparsi mi tranquillizzai… la città era piena di cose buttate e inutili. Sarebbe stata semplicemente l’ennesima nell’oceano dello spreco. Uscito dal tunnel alzai lo sguardo verso il cielo: infinite parabole ed antenne davano forma all’orizzonte. Talvolta, per spezzare, un cartellone pubblicitario.
Arrivai a casa e lo installai. Si installò, per la precisione.
Poggiato accanto alla tv accesa si impossessò del monitor e partì una presentazione.
Una luna campeggiava a pieno schermo, poi una zoomata all’indietro la rimpiccioliva e la sfocava come una pupilla bianca nel cielo nero. Una voce fuori campo:
" Il digitale celeste, il mondo a portata di sguardo. "
Premetti il tasto uno del telecomando. CanalVerde. Un documentario.
" Un tempo la frutta ed il cibo seguivano il ritmo delle stagioni. Oggi , se guardiamo un qualsiasi frigorifero… "
La luce del frigo che si schiudeva mi sembrò familiare, anche la posizione dei cibi…
" Gamberetti, fragole ed asparagi in inverno sono il risultato di consumi d’energia per produzione e trasporto che costano alla terra intera… "
Corsi ad aprire il frigo, come per intuizione, la mia spesa di ieri, gli sfizi da single: gamberetti, fragole, asparagi.
Comparai quella visione allo schermo: identica.
M’infastidii di quella accusa ben poco velata e cambiai canale.
CanalRosso: una voce femminile fuori campo
" La partecipazione è la radice dei diritti collettivi che vengono erosi dal disinteresse; mentre gli affari dei poteri forti… "
Nelle immagini un terreno erboso diveniva poco a poco un palazzo…
" Le politiche per la casa e gli affitti nell’ultimo anno… " Anche quell’immagine…
M’alzai di scatto e scostai la tendina: il palazzo di fronte campeggiava identico al monitor, con la stessa inquadratura che gli infissi della finestra gli davano…
Cambiai canale bestemmiando: mi avevano rifilato una serie di TV locali da documentario, o cosa? Ultima chance, CanalBianco. C’era un film in bianco e nero: il “Dottor Stranamore”. A seguire nella guida: “Le vite degli altri”
" Ufff!."
Diedi una lettura alle norme di installazione per trovare maggiori notizie. Tutto vaghissimo, l’unica cosa di particolare era che consigliava di mettere la pianta all’esterno, su balconi o in giardino, senza cavo, senza alcun collegamento… Senza collegamento!
Spostai la pianta sul balcone, spensi ed andai a dormire.
Il giorno dopo, lo stesso. Televerde parlava di raccolta differenziata. Telerosso dell’erosione degli stipendi. Televerde parlava dell’artigiano che riparava le scarpe: un paio in pelle appena scollate. Ovviamente identiche a quelle che da mesi avevo da parte nella scarpiera perché dovevo buttare. L’artigiano poi somigliava al vecchietto del negozio all’angolo. Telebianco il film “Tutti a casa”…
I canali della tv normale non funzionavano più. Dopo tre giorni decisi d’aprire il vaso ricevitore e capire come funzionasse. Era un blocco unico di metallo da cui fuoriusciva la rampicante coi fiori celesti.
Con un seghetto aprii lateralmente il vaso e guardai: perfettamente normale, terreno qualsiasi. Sbriciolai il terreno tra le mani: radici, normalissime radici. Mi sentii umiliato. Decisi di riportarlo indietro.
Quando mi vide entrare, il commesso preparò un’espressione accogliente, ma io lo anticipai
" Riprendetevelo. Se avevo bisogno di tv locali mi tenevo la vecchia tv. "
" Non è così " disse " il filtro celeste è uno strumento che mostra l’intreccio di fisico e metafisico, ciò che non vedreste senza la voglia di interessarvi agli altri…, la coscienza…"
" Per piacere!!!" lo interruppi urlando " Se lo riprenda " E gli diedi il vaso riparato con il nastro adesivo.
Lui lo guardò: " Ha cercato d’aprirlo e l’ha rotto."
" Senta non lo so se l’ho rotto. Comunque è gratis e mio. Se non lo vuole lo butto."
" No… è una questione di rispetto per il mio lavoro…"
" Uffa! Senta allora facciamo così, mi compro un’altra cosa: mi compro questo vecchio walkman per CD, va bene? Quant’è? "
" Tredici " rispose mesto.
Tornai a casa con quell’oggetto tra le mani. Diedi una scorsa ai canali. Niente di che. Reality. Poi un riflesso con la coda dell’occhio attirò il mio sguardo. Sul balcone di fronte,tra i geranei, una fogliolina verdone metallizzata…
sabato 20 settembre 2014
il marinaio
In tre, ubriachi, andavano ad un addio al celibato. Il primo teneva banco, gesticolando.
-Io ho fatto tre viaggi e ho visto entrambe le coste. Carinissimo. Se vai, ti conviene starci molto, sennò che vedi? Io ogni volta ci sono rimasto quasi un mese...
-Non posso andarci - Lo interruppe un'altro -Ho terrore dell'aereo, a sorvolare l'oceano morirei...
-Allora non puoi andare all'estero! Oppure prendi la nave!- Rispose il capofila con una pacca. Sghignazzavano a voce alta.
Una mano ossuta gli trattenne l'altro braccio.
-Vecchio barbone cieco! perché mi stai toccando? Non vedi che andiamo di fretta? Il festino sta iniziando, già si sente il rumore della folla.
Era un vecchio marinaio con una maglia lurida e bucata, scuro di pelle, ma d'occhi azzurri chiarissimi, lavati dalla salsedine, un fondo di mare sabbioso.
-Senti, giovane, una nave...
-Abbassa le mani, barbone!
Il vecchio subito ritrasse la mano.
-Ma guarda tu!
Scoppiarono a ridere. Il marinaio intanto si spostò davanti a lui e lo fissò in volto. L'invitato si fermò a guardarlo. Quegli occhi avevano un'energia... Quelle rughe, quel colore, quel vissuto che ne veniva fuori.
Stavolta la volontà del giovane invitato si sottomise a quegli occhi e ascoltò come un bambino. Si sedette su un tufo. Non poteva far altro che ascoltare.
Allora continuò a parlare, il vecchio marinaio, con quel bagliore speciale nello sguardo.
-Con la nave sono andato in America, da clandestino.
Parlava con voce da bluesman. Un dialetto lento e caldo, come brezza della notte.
-Incontrammo una burrasca. La nave si stava cappottando. Pregavano. Ed io, allora...-Si fermò, fissando il giovane.
-Per Dio, marinaio! Che t'è preso? Perchè mi fissi cosí, cos’hai?
-Io buttai la valigia con i miei documenti dall'oblò. Tutti mi videro. Mi squadravano con uno sguardo terribile, di rimprovero, come se avessi gettato dall'oblò mia madre.
La tempesta si placò. Ma la nave in avaria andava lentissima. Chiesi intorno se qualcuno aveva da bere o da mangiare. Nessuno mi parlava. Andai di nascosto sul ponte e vidi l'oceano. Acqua, acqua ovunque e non una goccia da bere. Fu un calvario di vari giorni. Rubavo cibo e avanzi in giro. Poi arrivammo e New York. Sbarcammo e ci scelsero per provenienza. Ridevo quando gli italiani mostravano i documenti: li separavano e gli buttavano il DDT. Non ero più italiano. Quando toccò a me mostrare i documenti feci gesto che non li avevo. Mi sentivo libero e forte. Due funzionari mi squadrarono e mi selezionarono. Dopo poco ero in mezzo ai nordafricani.
mercoledì 17 settembre 2014
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