se tu sei fiore altero nel canneto se sei la mora nello sterpeto io sono terra arida arata, cucciolata bastarda, polverosa terra sollevata da battistrada. ci ritagliamo la vita in un'attimo in un luogo non abbastanza lontano dal mondo, quando non distante e disperato. Dove tutto è sprecato, dove un fiume fluente effimero ed eterno si perde nelle gole del deserto del desiderio, dove il mare aperto stesso è il rifugio dell'assetato. ciottolo di mare naufragato, ricordo stridulo della natura, vita circondata da paura, per adattività a tutto resistente, richiede tempo eterno, ete rna cura, che il tempo suo moderno non consente.
Ogni sedia, ogni cicca fumata di quest'atrio, si fulmina di sensi, mentre attendo un treno in ritardo. ogni storia gli rimane attaccata, alberi immensi la cui foglia movendosi suonan di sonaglio valica la soglia, supera lo scoglio dei silenzi, dove lo sguardo non vede che materia, lì c'è l'oltre della vista: la vita
Signora luna, Che posto hai, cosa vedi, mai ti siedi tra uomini, al bar. In un pozzo rinchiusa sempre mutevole, ti vorrei raccogliere con un secchio, nelle braccia mie sciogliere lo sguardo triste, ma quale abbraccio può trattenere l'acqua o la tua bianca luce lattea. quando ti colgo guardo meglio, se tu non vuoi le braccia che ti dono di te resta solo un riflesso, la solitudine tua vince la voglia. darti i miei occhi come in uno specchio farti vedere amante degno me.
Ostinata continua metamorfosi Ciclico ritmo Mutevole ossessione Sempre costante, sempre cangiante non ti tedi del teatrino della terra fissi da sempre il mondo e non t'avvicini né t'allontani mai guidata da un timido amore mai detto, e perfetto per questo. vergine intatta irraggiungibile pura trattieni i senni e i sonni degli umani nella tua parte oscura. complice pallida e insicura, oggi ci sei, domani tra stelle ti nascondi, lasciando la notte nera, ed io sono smarrito nella selva, avventura di caccia che fai tua guidi la mano e l'arco e la freccia che scocca, guidi la preda stessa e la preda sei tu.
Treno e tavoliere nel silenzio s'amano pur furiosamente scorrendo la via del ferro sul ventre fecondato da lavoro un tempo sacro. Il manto rosato delle gemme di ciliegio pettinato cede il posto ad un vestito giallo irsuto morbido, pungente tappeto di pelle che su un tappeto di pelle s'è intessuto... dov'è sparito allora il polacco occhialuto? dove cento e cento umani hanno perduto la vita, nella piana sconfinata? in quale masseria disabitata la sua natura l'uomo s'è perduto? per che viscera d'omicidio incallita la carne loro il campo ha concimato? fragile dignità del migrante precaria debolezza dell'acrobata funambolo del globo reticolato, il paradiso atteso t'ha venduto: un pezzo solo di materia inerte sei stato strumento vocale, macchina parlante per difetto, o per eccesso, e il detto fuori luogo t'ha tradito. Parola imparata nuova di rifiuto o gesto ribelle all'italiano civilizzato creduto ingrato crack dell'ingranaggio: macchina lui, che non ti vuole tra gli uomini, supremo tu tra noi nel linguaggio della fame e del viaggio vivente come tutti di passaggio. macchina lui che pensa sua la terra. i volti sul giornale di mille condòmini signore e ragazzi, vestiti bene, come ad una festa, lost - ingoiati dalla terra o dal mare - perduti per la processione del pomodoro sull'appennino: mille scatole diverrà il rosso contadino, ed io, idiota, penso alla poesia dal finestrino, credendo ancora il campo di grano divino. Moloch allora sei, questo che diverrà all'altrettanto sacro desco familiare oggi il nostro pane quotidiano: sei la nuova comunione di Moloch: pizza rossa, pasta al sugo.
È tutto pronto. Pronta la tavola, pronto il pranzo, pronta io all'arrivo degli ospiti… - Pronto? - Che hai già cancellato il mio numero? - No, no, è che mi piace rispondere classico, perché… perché… Dai di' che c'è? - Ma il mio numero ce l'hai memorizzato ancora? - Si è che non ho gli occhiali… - Non ci credo…Vabbè stiamo arrivando, mi ripeti il civico? - 77, ciao. Chiudo io. Non mi piace quel tono. Mi ricorda altri tempi. Filtra un po' di luce dalla porta socchiusa del salotto in fondo. C'è ancora puzza di fumo. Mi avvicino alle finestre per aprirle, poi ci ripenso. La lascio. Non andrà mai via da questa casa. Tanto la pepata di cozze copre col ricordo di mare stagionato tutto il resto. È un altro classico a modo suo. Era tanto che non la facevo. Non l'ho mai fatta per me; l'ho sempre fatta per loro. Quando la gustavo, gustavo la loro soddisfazione di mangiarla. Vado a truccarmi.
Il campanello suona. Ho appena fatto in tempo a correggere con l'anulare le sbavature di rossetto. Apro la porta senza attese: già so come saranno. La mia mente si aspetta tutto, ha già proiettato il tempo sui loro volti. E sono proprio così. Uno brizzolato, l'altro ancora bruno ma stempiato. Hanno una faccia perplessa, una perplessità che ha l'aria di durare da tempo. In Marco me l'aspettavo già, non in Vanni, che deve averla assorbita da Marco per empatia, come gli capita. Mi sta bene questa perplessità. Almeno mi metto in scia. Mezzo lavoro fatto.
Loro sono a tavola come una famiglia. Come Jules e Jim. Hanno notato che c'è un posto in più. Vanni è più curioso. - aspettiamo qualcuno? - No Risposta secca, Vanni sorride. Sono abituati alle mie stranezze. Adesso gli servo la pepata nei piatti. -Io non ho fame. Loro protestano, insistono, ma leggono serenità nei miei occhi ed alla fine accettano, davvero non ho fame. Sono entrati docilmente nel mio pranzo rituale. Adesso posso dirlo, dopo quattro bocconi ed un sorso di vino. -Io non vi amo, nessuno dei due, non vi ho mai amato. Se l'aspettavano. Glielo dico. - Non vi ho mai amato. - Ti ho sposato per spezzare la circolarità.- Pausa - Per spezzare la circolarità t'ho tradito con lui.Per spezzare la circolarità vi ho mollato entrambi. È successo così, rompere la gabbia, il cerchio della riproduzione cui m'hanno educata. Non voglio più rinascere come amante di un uomo, senza sapere chi sono. Se voglio rinascere devo spezzare il cerchio, e per spezzarlo dovevo dirvelo. - Le loro facce hanno uno stupore non maggiore della perplessità all'ingresso. Sono stupita quasi più io che l'accettino. C'è un silenzio che dura tantissimo, forse due secondi. Poi entrambi spostano le pupille altrove. Hanno visto l'ombra nella stanza di là. - Ma chi c'è? – mi fa Marco - Niente, stavo giocando a scacchi…
La serata è finita come doveva. Sono andati via come se la parte loro fosse scritta. Le loro stesse vite sono continuate altrove, presto, hanno fatto presto. Non mi da' fastidio, mi fa più leggera. Forse perché non ho mai voluto figli che mi legassero alla terra. Volevo scioperare come riproduttrice di proletari. …Il tempo… Bisogna dare la carica alla vecchia pendola all'ingresso. Ho la mano sulla chiave a farfalla ma ancora indugio a pensare… Quadrare il cerchio. L'unico modo per spezzare il cerchio è la corda. Inizio.
Qui comincia l'avventura del signor Bonaventura che facendo la benzina dalla pompa più vicina con sua grande meraviglia non riempie una bottiglia: con cinque euro da pagare non sa proprio come fare. Lo stipendio deve usare Solamente per viaggiare!
nella mente gli balena di spezzare la catena, e sul bus fare il tragitto, gongolando. "sono un dritto". Con biglietto o abbonamento pagherà lo spostamento; è sicuro il risparmiare non c'è nulla da obiettare: "Non inquino e non intaso", del vantaggio s'é persuaso. non più noia nel parcheggio, litigare sempre peggio per trovare un posticino che all'ufficio sia vicino.
Ma dall'auto le persone, certo quelle più cafone, non rispettano i segnali, e le strisce pedonali, con le mani fanno gesti ed intasano, molesti, strisce gialle di corsie marciapiedi,viali e vie. guarda la televisione e capisce le persone che si fanno fuorviare dalle cose da comprare perchè sono straveloci ma lo sanno che agli incroci prima o poi devi frenare? o bisogna sempre andare sulle strade in riva al mare? sulle strade di campagna sulle strade di montagna dove non c'è mai nessuno? ma nemmeno su Nettuno!
Guarda la televisione E non trova la ragione perché han fatto quella guerra Nella parte della terra di petrolio così piena.
far provare tanta pena alle madri dei soldati, ai paesi bombardati, ai bambini senza casa della terra appena invasa da invasati che, bugiardi, hanno speso dei miliardi accusando una nazione di covare un'aggressione ai paesi occidentali con delle armi micidiali.
Questa era una bugia, tutti quanti tuttavia han creduto fosse vera dal giornale della sera.
spegne la televisione e detesta l'aggressione. poi comincia a ragionare: per fermarla come fare? iniziare dal rispetto del vicino dirimpetto!
lo saluta e invita a cena e ha creato una catena di sorrisi e nuova gente: soluzione divertente. come premio avrà un milione di amicizie di persone.
Cos'è questa sensazione di morticella in questo sotterraneo ctonio che si chiama metro...perchè non ci ho pensato mentre scendevo...dovevo fare in fretta...guadagnare venti minuti di vita a casa...e li pago qui...in questo flusso di carne che s'affonda in terra...la luce, la penombra, il nero, il neon. Sale una musica lontana onnipresente, fosse il tango più selvaggio, lo perdo dalle orecchie, mi sfugge come acqua, nera ...Occhio e mente si concentrano sullo stretto, chiuso, serrato, fermo. Sento di perdermi, svanire.
Allora scatta un cobra dentro che cinghia.una iniezione di forza m'attraversa. lo scatto di reazione a questo soffocare, seppure irresisitibile, lo rivolgo verso di me. Non devo pensare alla fuga...devo...fuga...non pensare alla fuga. Alla fuga. Adesso è panico silenzioso, rimango immobile come un'atomo, tempo, spazio, energia in un punto compresso, mentre il tempo stesso mi dà la forza di resistere ed esco dal tunnel dentro me dopo infinito tempo, pensando che ho già resistito finno ad ora e posso farcela. Mi guardo allora intorno, più sicuro, ma smarrito dal ritorno fuori. Penso ancora: fuga. Non pensare; è tutto così normale, vedi gli altri come fanno? Ecco, ecco, m'aggrappo ad un video, così domestico, così familiare. Non superare la linea gialla. Ma allora questa fottuta fretta, questo essere spinti da una massa di zombie senza occhi, che non guarda...? Arriva l'aria finta spinta dallo scatolo di metallo, l'alito già respirato del tubo mi sveglia, si entra per inerzia nel suo ventre, un pò spinti da un flusso, un pò scavalcati da singoli rivoli di fretta che s'insinuano, prima di lasciare scendere, ansiosi di vincere anche qui. Si resta in piedi aggrappati al ferro, a pugno chiuso. Il nero dei vetri scorre come specchio e consente di avere occhi a tutta la metro, la varietà degli uomini che ci fa tali, che ci salva. Per fortuna uno zingaro arriva con la fisarmonica.Viene dal vagone precedente saltando da uno all'altro ogni fermata. Ha odore animale. Suona senza sostenersi e ti chiedi come fa a restare sospeso... Ha trovato una melodia eterna e la suona senza tecnica, ma come se il sudore e l'abitudine della ripetizione l'avessero levigata. Gioca con le gambe come un surfista di metro, il corpo indietro, anni d'esperienza, il bagatto, l'infinita adattabilità dell'animale uomo quando ha fame..."Macchè fame, quando è pigro e non vuole fare niente" dice uno accanto; quando non si vuole obbligare e diventare sisifo...
Eppure cade! La macchina l'ha fottuto, una frenata più imprevista del previsto.Ha rotolato per il lercio pavimento, come un cencio: un sorriso si sparge sui volti tirati e pronti a non dare, si rompe l'indifferenza. scatta una romanità nascosta in un anvedi! E non è più odiato parassita, ma sfigato e il caso fa aprire mani e menti. Il tevere rompe il tubo infero.Un tempo biondo e adesso tinto del piombo cinereo del cielo. Un ponte lega cielo e terra e risorge alla luce la metro: irrompe un sole autunnale come l'acqua metallica. Un binario s'interna nel quartiere, squinternato s'assesta, assetto malridotto. Dura pochi secondi e poi si esce. All'aria.
un dì s'io non andrò sempre fuggendo di gente in gente troverò un minuto per stare dentro qui e rubare al tempo di questo nostro tempo dissoluto. Quando il rumore ancor va distraendo il mio lavoro usato e conosciuto di sterili parole mi riempio e mi riprendo il tempo ch'ho perduto un gioco è che non ha contenuto si spande ed è contento ed è cornuto si spande e si dirama, biforcuto è senza trame seppure sia tessuto e scorre come un velo di velluto impolverato più che del dovuto presto, si scoccia di se stesso striscia sibilando, scaltro e astuto ed io lo stuto questo compromesso coll'io bambino mio ch'ho mantenuto segretamente intatto fino adesso ostile al capitale ed invenduto
fosse una garanzia assoluta fallare ubbidienza già adesso: fare unici giochi adolescenziali, fondare universi girando attorno. fermarmi un giorno a fiorettare ultimo? giammai andrò. formerò una giovane adunata, fiorita uniforme gettata addosso, fricchettona unità generata altrove, firenze unta, gridiamo addio! finchè un gigante addormentato funi, unguenti, guai addosso, finalmente un giorno acquisirà ferma umanità grazie alla frustrante umiliazione gustata alla fine, umiliato giù a forza. Uomo, Gulliver, arriverai.
ancora e sempre lascia la scia. lasciare una traccia egoistica di sè un figlio bianco o vermiglio digitale o giglio mentre aria respirata troppo riscaldata da tanti corpi e vasti mi sembra non reggere più all'invasione dell'uomo e l'anima del mondo stemperata in troppi individui si dimentica di sè annacquata annega sulla terra si frega e non s'accende il costo della vita aumenta e il suo valore decrementa un rene vero e un seno finto lo prendo a rate un figlio uno sbaglio e uno sbadiglio un urlo sopra il ciglio di un burrone che buffone,