Scrivo questo post perchè vedo una difficoltà a parlare della situazione legata al Coronavirus. Capisco la prudenza dettata dall'attesa delle notizie e necessaria ad avere opinioni affidabili, ma notizie già ne abbiamo. Mi sembra anche giusta questa cautela iniziale. Potremmo fare una ricerca sulla mortalità del virus in questi mesi e compararlo con altre malattie. Il problema è la possibilità ed il timore nelle piazze virtuali di essere paragonati a Cassandra. In "La realtà della realtà" Paul Watzlawick cita il caso di una ditta di riparazione di vetri delle auto che invita tutti gli automobilisti a controllare la presenza
di crepe sul proprio parabrezza e così
ottiene uno straordinario incremento delle vendite. Sul breve
l'informazione ammantata di paura fa vedere tutto deformato. Già da anni
con la Sars e l'abuso di antibiotici si discuteva di scenari di epidemie. Basta mettere sotto i riflettori una realtà già esistente e i feedback di emozioni e informazione possono generare grandi effetti sull'agenda setting e sulle priorità della
pubblica opinione. Però a lungo termine il fenomeno dovrebbe essere analizzato con più razionalità.
Ad esempio dovremmo sottolineare che senza la presenza dello Stato e del sistema
sanitario pubblico saremmo allo sbando, che una epidemia, piccola o
grande che sia, rende sempre più necessaria una condivisione
comunitaria di informazioni e risorse, di come l'economia di mercato sia
fragile di fronte a fenomeni tutto sommato naturali e non in grado di garantire i diritti di tutti gli esseri
umani.
Forse dovremmo imparare di più sui mass media.
Potremmo vedere anche il sistema della medicalizzazione e della cura mondiale come una metafora dei sistemi sicuritari. Come d'altronde la fantascienza ci ha già mostrato. D'altronde "sicurezza" deriva proprio dalla negazione della "cura" che in Latino voleva significare anche ansia o preoccupazione. Non è un caso che grandi organizzazioni politiche si sono richiamate alla salute pubblica, o alla salute comune. è proprio per questo che di fronte alla paura non dovremmo paralizzarci e tacere ma interpretare e proporre nell'emergenza una lettura degli avvenimenti e dell'organizzazione che abbia una visione di come i rapporti tra gli uomini debbano essere gestiti per garantire salute ed equità.
L'arte ha dei tempi più lunghi e funge da deposito esperienziale con una saggezza più profonda dell'informazione.
La malattia è stata descritta in tantissime opere artistiche, addirittura diventando Topos in alcune correnti letterarie, come la tisi nel tardo romanticismo e nel decadentismo. Ha mosso la creatività di infiniti autori: Thomas Mann, Goethe , Gozzano, Moravia, Frida Kahlo; è stata l'ambientazione fondamentale di numerosi romanzi e racconti: Violetta de La traviata o, per restare nella lirica, Mimì de La Bohème erano colpite dalla tisi; il Decameron di Boccaccio, Cecità di Saramago, I Promessi Sposi, L'amore ai tempi del colera, "Doppio sogno" di Schnitzler, Teresa Batista stanca di guerra, Eyes Wide Shut, etc.
I nostri tempi di memoria corta dovrebbero imparare da quei manuali di antropologia che sono le opere d'arte per ritrovare un certo equilibrio di fronte alla presenza della malattia. Essa per assurdo ci mostra la vita come più umile e preziosa e ci chiede quindi un atteggiamento più attento e rispettoso verso la natura, anche quella dentro di noi, aperto agli altri e più disposto a creare e vivere in collaborazione con altri per essere disposti a passare il testimone del senso della vita e della vitalità. Ridimensionarsi nel proprio senso individuale e tornare ad un senso comunitario di specie più tendente all'universalismo.
lunedì 24 febbraio 2020
domenica 16 febbraio 2020
morte a poggiofranco
Come un incubo uscii dal dormiveglia estivo,
in cui qualunque cosa può succedere restando nel sonno e senza conseguenze.
Rimasi nell’attesa sospesa infinitamente dell’incertezza…
Ho ascoltato il grido dell’agnello sgozzato
sul marciapiede, nella corte immensa dei condomini di
Poggiofranco, cubo di cemento squadrato a
raccogliere il cielo in quattro righe.
Nella sonnolenta pomeridiana arsura dello
scirocco, in un paesaggio metafisico di salici e tralicci, un grido ghiacciato
mi percorse l’orecchio e la schiena.
Era la canna spezzata della gola, il diaframma
che si rompeva mentre tirava il suono fuori, l’istante brevissimo in cui il
corpo capiva che con il fiato usciva anche la vita; e allora con il fiato uscì
anche la vita. Vibrando come per scalciare qualcosa, debole, oramai, che
trattenesse, la vita usciva tutta e potente, rombando e tremando come nella
gola del capretto.
Poi, come una cascata, come una valanga, uno
chiama due che chiama quattro, allora otto,sedici, li vidi: la folla riempì la
sala giochi.
Un vociare come di sciame, curiosità e fuga, a
tempo, come una quadriglia, come un’onda, andava e tornava la risacca
dell’orrore.
Come mosche sulle feci, vespe, entravano a
rotolarsi con gli occhi nella morte banale della controra, prima che arrivasse
lo Stato a coprire, a capire, ad indicare l'osceno e l'illegale.
Niente lacrime, facce pallide di chi aveva
veduto il sangue, chi aveva seguito col sorrisetto cinico l’amico per vedere,
guardare, come fosse sfida metterci il naso, ed invece adesso ci rimetteva lo
stomaco.
S’andavano a vaccinare della morte prima che
venisse coperta, e la morte gli si donava avidamente, come una dea indiana,
come un genio, in loro si radicava dal vedere.
Quel sangue e quella faccia immobile
improvvisamente rivelavano la natura dell’amarena liquida per terra. Sangue, e
il sangue suo correva a guardare, a cercare, e tutto in testa gli veniva; al
sangue il sangue e freddo col freddo si chiamavano; allora il corpo bloccava la
pancia in uno spasmo, gli tracciava un nodo, con uno scatto usciva, mentre
l’occhio aveva il tempo di collegare le piastrelle gelide smaltate alla
macelleria ed al lavabo del dentista, e al sangue e al freddo si mischiava la
ferita aperta, ed il dolore. Allora il brivido gli raddizzava la schiena con
una scossa, gli vomitava l’arroganza del suo guardare.
Al balcone quel gelo arrivava ora, in un
silenzio assurdo nella folla, le sirene in lontananza distorcevano lo spazio e
quella piazzetta, liquefatta in campi di rovente calore e squadrata di gelida
precisione, come un gelato fritto cinese o quelli caduti dalle mani d’un
bambino spalmati oscenamente a terra al sole, d'estate, alla festa patronale.
A me era vertigine, l’ultimo urlo del morto
ammazzato avevo sentito e adesso ricordo, minore, quasi un petardo lo scoppio
del proiettile. Ricordavo solo adesso, come fosse ovvio averlo sentito.
Adesso pensavo a provare, cosa si provava, pensavo,
quando entrava, come in moviola, il freddo ferro nella carne, la velocità con
cui le ossa o tutta la carne venivano attraversate e spezzate da quel misero
pezzo di ferro. Tanto. La falangina del mignolo, la sezione di un tassello.
Perché non si poteva fermare con la mano, e lui aveva provato, disperato, come
se gli lanciassero una biglia.
La velocità violenta che abbatteva tutto, in
un piccolo punto, l’infamia dell’esplosione della pistola, chissà se dava
tempo, se l’elettricità del dolore riusciva ad avvisare in qualche modo la
centralina, se l’ultimo istante, quel grido rotto come i raggi in una ruota di
bici era stato, nel limite di delta t che tende a zero, dolore.
A vederla l’aveva vista; l’immagine
l’immaginava, ma quel suono... fatto così bene… era vero… e la gente adesso era
vera, ma quel che non riusciva a comprendere era da dentro, che cosa si provava
davvero, quando entra come un morso una punta nella carne, quella iniezione
senza fine, questo l’ossessionava ora, doveva andare a vedere o doveva
scappare, con la moto, lontano.
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