domenica 16 febbraio 2020

morte a poggiofranco


Come un incubo uscii dal dormiveglia estivo, in cui qualunque cosa può succedere restando nel sonno e senza conseguenze. Rimasi nell’attesa sospesa infinitamente dell’incertezza…

Ho ascoltato il grido dell’agnello sgozzato sul marciapiede, nella corte immensa dei condomini di
Poggiofranco, cubo di cemento squadrato a raccogliere il cielo in quattro righe.
Nella sonnolenta pomeridiana arsura dello scirocco, in un paesaggio metafisico di salici e tralicci, un grido ghiacciato mi percorse l’orecchio e la schiena.
Era la canna spezzata della gola, il diaframma che si rompeva mentre tirava il suono fuori, l’istante brevissimo in cui il corpo capiva che con il fiato usciva anche la vita; e allora con il fiato uscì anche la vita. Vibrando come per scalciare qualcosa, debole, oramai, che trattenesse, la vita usciva tutta e potente, rombando e tremando come nella gola del capretto.

Poi, come una cascata, come una valanga, uno chiama due che chiama quattro, allora otto,sedici, li vidi: la folla riempì la sala giochi.
Un vociare come di sciame, curiosità e fuga, a tempo, come una quadriglia, come un’onda, andava e tornava la risacca dell’orrore.
Come mosche sulle feci, vespe, entravano a rotolarsi con gli occhi nella morte banale della controra, prima che arrivasse lo Stato a coprire, a capire, ad indicare l'osceno e l'illegale.
Niente lacrime, facce pallide di chi aveva veduto il sangue, chi aveva seguito col sorrisetto cinico l’amico per vedere, guardare, come fosse sfida metterci il naso, ed invece adesso ci rimetteva lo stomaco.
S’andavano a vaccinare della morte prima che venisse coperta, e la morte gli si donava avidamente, come una dea indiana, come un genio, in loro si radicava dal vedere.
Quel sangue e quella faccia immobile improvvisamente rivelavano la natura dell’amarena liquida per terra. Sangue, e il sangue suo correva a guardare, a cercare, e tutto in testa gli veniva; al sangue il sangue e freddo col freddo si chiamavano; allora il corpo bloccava la pancia in uno spasmo, gli tracciava un nodo, con uno scatto usciva, mentre l’occhio aveva il tempo di collegare le piastrelle gelide smaltate alla macelleria ed al lavabo del dentista, e al sangue e al freddo si mischiava la ferita aperta, ed il dolore. Allora il brivido gli raddizzava la schiena con una scossa, gli vomitava l’arroganza del suo guardare.
Al balcone quel gelo arrivava ora, in un silenzio assurdo nella folla, le sirene in lontananza distorcevano lo spazio e quella piazzetta, liquefatta in campi di rovente calore e squadrata di gelida precisione, come un gelato fritto cinese o quelli caduti dalle mani d’un bambino spalmati oscenamente a terra al sole, d'estate, alla festa patronale.
A me era vertigine, l’ultimo urlo del morto ammazzato avevo sentito e adesso ricordo, minore, quasi un petardo lo scoppio del proiettile. Ricordavo solo adesso, come fosse ovvio averlo sentito.
Adesso pensavo a provare, cosa si provava, pensavo, quando entrava, come in moviola, il freddo ferro nella carne, la velocità con cui le ossa o tutta la carne venivano attraversate e spezzate da quel misero pezzo di ferro. Tanto. La falangina del mignolo, la sezione di un tassello. Perché non si poteva fermare con la mano, e lui aveva provato, disperato, come se gli lanciassero una biglia.
La velocità violenta che abbatteva tutto, in un piccolo punto, l’infamia dell’esplosione della pistola, chissà se dava tempo, se l’elettricità del dolore riusciva ad avvisare in qualche modo la centralina, se l’ultimo istante, quel grido rotto come i raggi in una ruota di bici era stato, nel limite di delta t che tende a zero, dolore.
A vederla l’aveva vista; l’immagine l’immaginava, ma quel suono... fatto così bene… era vero… e la gente adesso era vera, ma quel che non riusciva a comprendere era da dentro, che cosa si provava davvero, quando entra come un morso una punta nella carne, quella iniezione senza fine, questo l’ossessionava ora, doveva andare a vedere o doveva scappare, con la moto, lontano.

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