Come un incubo uscii dal dormiveglia estivo,
in cui qualunque cosa può succedere restando nel sonno e senza conseguenze.
Rimasi nell’attesa sospesa infinitamente dell’incertezza…
Ho ascoltato il grido dell’agnello sgozzato
sul marciapiede, nella corte immensa dei condomini di
Poggiofranco, cubo di cemento squadrato a
raccogliere il cielo in quattro righe.
Nella sonnolenta pomeridiana arsura dello
scirocco, in un paesaggio metafisico di salici e tralicci, un grido ghiacciato
mi percorse l’orecchio e la schiena.
Era la canna spezzata della gola, il diaframma
che si rompeva mentre tirava il suono fuori, l’istante brevissimo in cui il
corpo capiva che con il fiato usciva anche la vita; e allora con il fiato uscì
anche la vita. Vibrando come per scalciare qualcosa, debole, oramai, che
trattenesse, la vita usciva tutta e potente, rombando e tremando come nella
gola del capretto.
Poi, come una cascata, come una valanga, uno
chiama due che chiama quattro, allora otto,sedici, li vidi: la folla riempì la
sala giochi.
Un vociare come di sciame, curiosità e fuga, a
tempo, come una quadriglia, come un’onda, andava e tornava la risacca
dell’orrore.
Come mosche sulle feci, vespe, entravano a
rotolarsi con gli occhi nella morte banale della controra, prima che arrivasse
lo Stato a coprire, a capire, ad indicare l'osceno e l'illegale.
Niente lacrime, facce pallide di chi aveva
veduto il sangue, chi aveva seguito col sorrisetto cinico l’amico per vedere,
guardare, come fosse sfida metterci il naso, ed invece adesso ci rimetteva lo
stomaco.
S’andavano a vaccinare della morte prima che
venisse coperta, e la morte gli si donava avidamente, come una dea indiana,
come un genio, in loro si radicava dal vedere.
Quel sangue e quella faccia immobile
improvvisamente rivelavano la natura dell’amarena liquida per terra. Sangue, e
il sangue suo correva a guardare, a cercare, e tutto in testa gli veniva; al
sangue il sangue e freddo col freddo si chiamavano; allora il corpo bloccava la
pancia in uno spasmo, gli tracciava un nodo, con uno scatto usciva, mentre
l’occhio aveva il tempo di collegare le piastrelle gelide smaltate alla
macelleria ed al lavabo del dentista, e al sangue e al freddo si mischiava la
ferita aperta, ed il dolore. Allora il brivido gli raddizzava la schiena con
una scossa, gli vomitava l’arroganza del suo guardare.
Al balcone quel gelo arrivava ora, in un
silenzio assurdo nella folla, le sirene in lontananza distorcevano lo spazio e
quella piazzetta, liquefatta in campi di rovente calore e squadrata di gelida
precisione, come un gelato fritto cinese o quelli caduti dalle mani d’un
bambino spalmati oscenamente a terra al sole, d'estate, alla festa patronale.
A me era vertigine, l’ultimo urlo del morto
ammazzato avevo sentito e adesso ricordo, minore, quasi un petardo lo scoppio
del proiettile. Ricordavo solo adesso, come fosse ovvio averlo sentito.
Adesso pensavo a provare, cosa si provava, pensavo,
quando entrava, come in moviola, il freddo ferro nella carne, la velocità con
cui le ossa o tutta la carne venivano attraversate e spezzate da quel misero
pezzo di ferro. Tanto. La falangina del mignolo, la sezione di un tassello.
Perché non si poteva fermare con la mano, e lui aveva provato, disperato, come
se gli lanciassero una biglia.
La velocità violenta che abbatteva tutto, in
un piccolo punto, l’infamia dell’esplosione della pistola, chissà se dava
tempo, se l’elettricità del dolore riusciva ad avvisare in qualche modo la
centralina, se l’ultimo istante, quel grido rotto come i raggi in una ruota di
bici era stato, nel limite di delta t che tende a zero, dolore.
A vederla l’aveva vista; l’immagine
l’immaginava, ma quel suono... fatto così bene… era vero… e la gente adesso era
vera, ma quel che non riusciva a comprendere era da dentro, che cosa si provava
davvero, quando entra come un morso una punta nella carne, quella iniezione
senza fine, questo l’ossessionava ora, doveva andare a vedere o doveva
scappare, con la moto, lontano.
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