mercoledì 17 settembre 2008

tavolieri

Treno e tavoliere nel silenzio s'amano
pur furiosamente scorrendo la via del ferro
sul ventre fecondato da lavoro un tempo sacro.
Il manto rosato delle gemme di ciliegio
pettinato cede il posto ad un vestito
giallo irsuto
morbido, pungente tappeto
di pelle terra animale
che della storia di pelle umana s'è intessuto...
dov'è sparito allora il polacco occhialuto?
dove cento e cento umani hanno perduto
versata la vita, nella piana sconfinata?
in quale masseria disabitata
la sua natura l'uomo s'è perduto?
per che viscera d'odio incallita
la carne loro il campo ha fecondato?
fragile dignità del migrante
spaesato e strano
precaria debolezza dell'acrobata
funambolo del globo reticolato,
il paradiso atteso t'ha comprato
e t'ha venduto:
un pezzo solo di materia inerte
sei stato strumento vocale,
macchina parlante per difetto,
o per eccesso,
e il detto fuori luogo t'ha tradito.
Parola di rifiuto
o gesto ribelle all'italiano civilizzato
creduto ingrato crack dell'ingranaggio:
macchina lui, che non ti vuole
tra gli uomini,
supremo tu tra noi nel linguaggio
della fame e del viaggio
assetato di vita, come tutti di passaggio.
Macchina lui che pensa sua tutta la terra.
i volti sul giornale di mille condòmini
signore e ragazzi, vestiti bene,
come ad una festa,
lost - ingoiati dalla terra o dal mare -
perduti per la processione del pomodoro sull'appennino:
mille scatole diverrà il rosso contadino,
ed io, idiota, penso alla poesia dal finestrino,
credendo ancora il campo di grano divino.
Moloch allora sei, questo che diverrà
all'altrettanto sacro desco familiare
oggi il nostro pane quotidiano:
sei la nuova comunione di Moloch:
pizza rossa, pasta al sugo.

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